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Hai un progetto per accelerare la transizione ecologica in Toscana?

La Regione Toscana, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostiene iniziative innovative per la sostenibilità e la tutela ambientale.

È attivo il terzo avviso per la presentazione dei progetti: scopri come partecipare e diventare protagonista del cambiamento.

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Molti pensano alla transizione energetica come a una linea retta: si decide di ridurre le emissioni, si installano più rinnovabili, si sostituiscono le auto a benzina con quelle elettriche e, passo dopo passo, si arriva a un sistema energetico pulito. È un racconto rassicurante, ma rischia di essere un'illusione. La transizione energetica è infatti un sistema complesso, nel quale le diverse parti si influenzano continuamente. Una piccola variazione può produrre un effetto enorme, mentre un intervento apparentemente importante può non produrre quasi nulla. Il futuro non è necessariamente la prosecuzione proporzionale del passato. Pensiamo al fotovoltaico. Per anni le sue prospettive sono state sottovalutate. Poi la tecnologia ha cominciato a crescere, i volumi produttivi sono aumentati, le imprese hanno imparato a produrre meglio, le catene di fornitura si sono sviluppate e i costi sono diminuiti. A quel punto è partito un circolo virtuoso: la riduzione dei costi ha favorito una maggiore diffusione, che ha generato altri investimenti e ulteriori riduzioni dei costi. È anche per questo che le previsioni sulla crescita del solare sono state clamorosamente superate. Nel 2020 la capacità fotovoltaica mondiale era già oltre i 700 GW, dieci volte il livello previsto dall'IEA nel 2006. La lezione è importante anche per chi deve progettare le politiche energetiche. Non basta chiedersi quanto una misura produrrà nell'immediato. Bisogna capire quali altre dinamiche sarà in grado di attivare. Una politica può infatti generare un effetto domino: più investimenti, più produzione, più competenze, costi più bassi, maggiore domanda. Oppure può fare l'esatto contrario e creare un ostacolo che si autoalimenta. La transizione, insomma, non è un'autostrada sulla quale basta aumentare la velocità. È un sistema nel quale bisogna capire quali leve possono far partire una reazione a catena. E forse la domanda più importante non è più "quanto possiamo accelerare?", ma "cosa possiamo fare perchè il sistema sia in grado di accelerare da solo?".
𝐷𝑜𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑒 19:00: 𝑅𝑒𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑎 𝑐𝑎𝑡𝑒𝑛𝑎 #2 𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑜

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C’è una fonte di energia che questa estate, durante le ondate di caldo, invece di andare in difficoltà ci ha salvato. È il dato più interessante che emerge da una recente analisi di Ember. A giugno 2026 gli impianti solari dell’Unione europea hanno prodotto un record di 52 TWh, superato a luglio con 55 TWh. A giugno il fotovoltaico ha raggiunto per la prima volta il 25% dell'intera produzione elettrica dell'UE, diventando la principale fonte di elettricità del continente in quel mese. Una centrale solare produce soprattutto nelle ore centrali della giornata, quando l'irraggiamento è massimo. È esattamente il periodo nel quale, durante una giornata torrida, la domanda di elettricità può crescere rapidamente per il funzionamento dei sistemi di raffrescamento. Il fotovoltaico si trova quindi ad avere una caratteristica preziosa: la sua curva di produzione tende a seguire, almeno in parte, quella della domanda estiva. Questo diventa ancora più importante perché il caldo estremo può creare problemi ad altre fonti. La siccità riduce il raffreddamento di centrali nucleari, termoelettriche e idroelettriche riducendo o azzerando la produzione. Naturalmente il solare non è una soluzione completa. Quando arriva la sera la produzione crolla e per questo la rete elettrica deve prevedere una quota crescente di accumuli, interconnessioni e sistemi capaci di spostare i consumi nel tempo. Batterie e pompaggio diventano quindi fondamentali per utilizzare anche dopo il tramonto l’energia prodotta nelle ore di massimo sole. Il dato delle ondate di calore questa estate ci racconta qualcosa di importante: il cambiamento climatico aumenta la pressione sulla rete elettrica, mentre il solare riesce a ridurla.

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Sette articoli. Sette giorni. Un appuntamento ogni sera alle 19:00 per provare a guardare la transizione energetica da un punto di vista diverso. Da lunedì 31 parte una settimana di riflessioni sulla transizione energetica, ogni sera alle 19:00 pubblicheremo una riflessione su uno dei meccanismi che stanno trasformando il nostro sistema energetico: accelerazioni improvvise, effetti domino, circuiti virtuosi e contraddizioni che spesso sfuggono. Perché la transizione energetica non è una semplice sostituzione di tecnologie. È un sistema nel quale ogni cambiamento può modificare le condizioni del cambiamento successivo. Sette giorni, sette riflessioni, una sola domanda di fondo: Quali sono le dinamiche che possono accelerare, frenare o cambiare direzione alla transizione energetica?
REAZIONI A CATENA parte lunedì, alle 19:00.

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I venditori allo scoperto hanno fatto 2,1 miliardi di dollari di profitto scommettendo sul crollo dei piccoli reattori nucleari modulari (SMR). Il dato, emerso da un'inchiesta del Financial Times, segnala il rischio di una bolla che molti esperti hanno ribattezzato “cripto-nucleare”, per il divario tra promesse e realtà industriale. La vicenda ricorda “La grande scommessa”, il film del 2015 in cui alcuni investitori intuiscono che dietro il boom dei mutui americani si nasconde una montagna di debiti destinata a crollare. Scommettono contro il mercato e, quando la bolla scoppia guadagnano miliardi. La vendita allo scoperto è semplice: si prende in prestito un'azione da 100 dollari e la si vende. Se scende a 20, la si ricompra e la si restituisce. La differenza è il guadagno: più perde valore, più si guadagna. In questo caso, gli investitori hanno guardato oltre rendering e comunicati stampa, concentrandosi su tre società del comparto: NuScale Power, Nano Nuclear e Oklo. E hanno trovato startup senza ricavi stabili, senza clienti e, soprattutto, senza un solo reattore funzionante. I numeri: dal picco di ottobre sono stati bruciati 30,3 miliardi di dollari di valore di mercato. Nano Nuclear ha chiuso i primi mesi del 2026 con zero entrate e 14 milioni di dollari di perdite operative. NuScale Power è inoltre alle prese con una class action dopo lo stop ai suoi principali piani industriali. Attenzione: questo non significa che gli SMR siano una truffa o che il nucleare modulare non venga mai realizzato. Significa però che quando una possibilità viene raccontata come una certezza, gli investitori possono attribuirle valutazioni miliardarie prima ancora che sia dimostrato che il modello economico funzioni. E così si dimenticano le domande più semplici: quando sarà davvero redditizio? Quanto costerà costruire un SMR? E quanti reattori bisognerà vendere per rendere sostenibile il business? La lezione è semplice: la realtà può essere ignorata a lungo, ma prima o poi presenta il conto. E la vendita allo scoperto, per quanto brutale, a volte ricorda che il re è nudo.

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La parabola della tassazione sugli extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere lascia una strana sensazione. La strategia era fin troppo evidente: attendere che fosse l'Unione Europea a calare dall'alto una tassa uniforme sui fanta guadagni dei giganti del settore fossile. In questo modo, si sarebbe potuta applicare la più classica delle formule della politica nostrana: "Noi siamo sempre contrari alle tasse, ma ce lo impone l'Europa...". Una narrazione perfetta: avrebbe consentito di mantenere intatta una certa retorica propagandistica sia davanti agli elettori che alle lobby del settore e incassare miliardi. Poi Bruxelles, chiarendo la questione, ha rovinato la festa: "Guardate che la tassazione delle compagnie petrolifere rientra nelle competenze dei singoli Stati membri". Quindi se un Paese ritiene che stiano accumulando profitti straordinari mentre famiglie e imprese continuano a sopportare costi elevati, ha già gli strumenti per intervenire. Ed è proprio a questo punto che la vicenda diventa interessante. Perché da questo momento in poi non è più Bruxelles a dover decidere, ma il governo italiano e la strada scelta è stata quella di un intervento che anticipa il gettito senza però toccare i fanta profitti dei petrolieri: non è stato aumentato nemmeno di un solo punto percentuale il carico fiscale e l'anticipo anticipo d’imposta riguarderà sole imprese con ricavi, da bilancio 2025, superiori ai 20 miliardi. Una decisione legittima, ma è anche il punto in cui, a seconda di come si interpreta la vicenda, può apparire come un’occasione persa, una promessa disattesa o la conferma di quanto possa essere ampia la distanza tra propaganda e scelte concrete. Non è una questione di principio astratto, ma una scelta precisa, perchè sicuramente la tutela del potere d’acquisto di famiglie e imprese avrebbe meritato qualcosa di più. Nessuno invoca crociate contro le compagnie energetiche, ma almeno la volontà di trasformare una situazione eccezionalmente remunerativa, per loro, in una scelta fiscale altrettanto significativa per i cittadini. Che l’era del "prima gli italiani" sia stata rimandata in favore di quella del "prima i petrolieri"?

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Negli impianti fotovoltaici per le coperture l'installazione dei pannelli sopra le tegole è la più economica, efficiente e semplice da manutenere, mentre il fotovoltaico integrato offre un impatto estetico minimo, ideale per centri storici o zone vincolate. Vediamo più in dettaglio i due casi.
Fotovoltaico sopra le tegole: 
• Montaggio: fissato con staffe e binari metallici sopra il manto esistente.
• Vantaggi: costi più bassi, ottima ventilazione naturale sotto i pannelli che garantisce un rendimento energetico superiore nei mesi caldi, e massima facilità di ispezione o manutenzione.
• Svantaggi: impatto visivo maggiore sul tetto.
Fotovoltaico integrato: 
• Montaggio: i moduli sostituiscono le tegole e funzionando anche da copertura impermeabile dell'edificio.
• Vantaggi: armonia estetica e rispetto di eventuali vincoli paesaggistici.
• Svantaggi: costi di fornitura e posa molto più alti, minore ventilazione dei moduli con possibile calo di resa con il caldo; la posa in opera richiede molta perizia e attenzione per evitare infiltrazioni d'acqua.

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Il problema non è che questa estate sia stata troppo calda, il problema è che continuiamo a comportarci come se ogni estate fuori scala fosse un incidente. Ogni volta che arrivano settimane di afa, fiumi in difficoltà, terreni secchi e poi, all’improvviso, temporali capaci di scaricare in poche ore la pioggia di settimane, ci sorprendiamo. Contiamo i danni, cerchiamo il record, individuiamo l’anticiclone responsabile. Poi aspettiamo che passi. È un riflesso comprensibile, ma ormai sbagliato. Perché il clima non sta semplicemente producendo qualche evento eccezionale in più. Sta cambiando le condizioni dentro le quali quegli eventi si verificano. Una giornata con temperature incompatibili con il lavoro all’aperto non è soltanto un disagio. È un problema economico e sociale. Una grandinata devastante non è soltanto sfortuna. È un rischio che qualcuno dovrà pagare: l’agricoltore, l’impresa, l’assicurazione, lo Stato. Non serve sapere la data del prossimo temporale, serve sapere che, in determinate condizioni, la probabilità che accada qualcosa di grave è aumentata. E se quella probabilità cresce abbastanza, costruire, coltivare, lavorare e amministrare il territorio come abbiamo sempre fatto diventa una forma di imprudenza. Dobbiamo contemporaneamente adattarci al cambiamento che non possiamo più evitare e accelerare tutto ciò che può limitarne la portata. Difendere l’acqua, ripensare le città, proteggere chi lavora all’aperto, mettere in sicurezza il territorio, rafforzare i sistemi di allerta. E soprattutto ridurre rapidamente le emissioni. Non possiamo fermare oggi il riscaldamento che abbiamo già provocato. Adattamento e riduzione delle emissioni sono dunque due facce della stessa scelta. Possiamo discutere quanto vogliamo, ma la fisica non negozia e il clima non aspetta i nostri comodi. La domanda, allora, non è più se il cambiamento climatico è reale. È quanto vogliamo renderlo peggiore. Perché, purtroppo, ogni tonnellata di gas serra che evitiamo oggi non ci restituirà il clima del passato, ma evitera ulteriori danni in futuro. Rendendo un po’ meno costoso il conto che inevitabilmente lasceremo alle prossime generazioni.

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All’interno di un'area industriale dismessa di Figline Valdarno (fi) nascerà un nuovo modello di insediamento industriale: un data center progettato non come infrastruttura isolata, ma come parte di un ecosistema in cui energia, calore e sottoprodotti vengono riutilizzati. È il progetto presentato da Comtel e H2-Era Green Valley per la rigenerazione dell’area e la realizzazione di un polo tecnologico e ambientale. Il cuore dell’iniziativa sarà un data center alimentato da un parco fotovoltaico dedicato. L’obiettivo dichiarato è coprire con energia solare il fabbisogno dell’infrastruttura informatica. Quando la produzione sarà superiore ai consumi, l’elettricità in eccesso verrà utilizzata per alimentare un elettrolizzatore, producendo idrogeno e ossigeno. L’idrogeno sarà utilizzato come vettore energetico, mentre l’ossigeno troverà impiego in un allevamento ittico a ricircolo. La terza componente dell’ecosistema sarà una vertical farm. I server del data center producono grandi quantità di calore, che normalmente viene disperso. A Figline quel calore verrà recuperato per contribuire alla climatizzazione della fattoria verticale, con una capacità produttiva equivalente a circa 300 mila mq di serre tradizionali.
L’idea è quindi quella di creare una catena industriale integrata: il sole produce elettricità, l’elettricità alimenta il data center e, quando eccedente, genera idrogeno; l’elettrolisi produce ossigeno per l’acquacoltura; i server producono calore che viene utilizzato dall’agricoltura verticale. Ogni flusso diventa così una risorsa per l’impianto successivo. Il progetto arriva in una fase in cui la crescita dell’intelligenza artificiale sta facendo aumentare rapidamente la domanda di data center. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2030 il consumo di energia di queste infrastrutture potrebbe superare i 945 TWh. La sfida, dunque, non è soltanto costruire nuovi data center, ma trovare il modo di renderne sostenibile l’enorme fabbisogno energetico. Figline prova a rispondere trasformando un vecchio sito industriale in un circuito nel quale energia, idrogeno, ossigeno e calore diventano parti dello stesso processo produttivo.

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Un'altra tappa, due nuovi incontri per @Annapoggiali.
 
Questa volta ha incontrato Andrea e Giada - onesti, un po' autocritici e con la certezza che si può sempre fare di più.
 
Perché la sostenibilità non chiede perfezione, chiede consapevolezza e voglia di migliorare.
 
Guarda il video e scopri le loro risposte!
 
📹 @scaleapioli
🍎ADV made by @ad.one_comunicazione

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La Commissione europea ha ribadito che la decisione di tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere spetta esclusivamente ai singoli governi nazionali. Bruxelles ha confermato che non vi sarà un quadro normativo unico poiché la sovranità fiscale è una prerogativa dei singoli Stati membri dell'Unione Europea. Sulla base di questo orientamento, la scelta di applicare o meno un prelievo straordinario grava interamente sul governo.
𝐋𝐚 𝐬𝐢𝐦𝐮𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥'𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚
Secondo i dati dell'osservatorio Transport & Environment (T&E), le società petrolifere accumuleranno in Italia circa 4 miliardi di euro di extra-margini lordi.
A seconda dell'aliquota che il legislatore nazionale potrebbe decidere di applicare, si delineano tre scenari d'incasso per le casse dello Stato:
1) Aliquota al 25%: genererebbe un gettito di 1,00 miliardi di euro.
2) Aliquota al 33%: porterebbe l'incasso a 1,32 miliardi.
3) Aliquota al 50%: garantirebbe fino a 2,00 miliardi di euro.
𝐁𝐞𝐧𝐞𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚
Da un lato i sostenitori della misura evidenziano che le risorse recuperate (tra 1 e 2 miliardi) potrebbero finanziare misure di welfare, ridurre il carico fiscale sulle fasce deboli o calmierare i prezzi dei carburanti tramite il taglio delle accise.
I critici dall'altro lato segnalano due ostacoli: la difficoltà tecnica nel definire la base imponibile in modo da evitare complessi contenziosi legali (come avvenuto con altri provvedimenti d'emergenza) e il rischio che le compagnie petrolifere trasferiscano il costo dell'imposta sui prezzi alla pompa impattando così sul consumatore finale.

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C’è un dato che racconta meglio di molti discorsi la velocità con cui sta cambiando l’energia europea: nei primi sei mesi del 2026 la Germania ha installato circa 7.400 megawatt di nuovo fotovoltaico. In appena mezzo anno ha aggiunto più pannelli solari di quanti ne abbia installati la Francia nell’intero 2025, quando aveva raggiunto un risultato record di circa 6.200 MW. Il risultato porta la potenza fotovoltaica tedesca complessiva intorno ai 125.000 MW. Un’enorme infrastruttura solare, quasi tre volte e mezzo quella francese. Eppure la Germania non è certo il Paese europeo con più sole. Perché allora corre così veloce?
La risposta sta nelle scelte politiche di rendere il fotovoltaico semplice e accessibile. In Germania i pannelli sono ormai diventati un fenomeno di massa: accanto ai grandi impianti sui tetti industriali e ai parchi fotovoltaici a terra, si sono diffusi anche sistemi di piccola taglia che possono essere acquistati dai cittadini e installati a una presa di casa. Il cosiddetto fotovoltaico “plug-and-play”.
La Germania ha trasformato il fotovoltaico da tecnologia di nicchia a infrastruttura popolare, coinvolgendo famiglie, imprese e territori. In questo modo il fotovoltaico è uscito dalla dimensione dei grandi investimenti energetici ed è diventato qualcosa di quotidiano, visibile e accessibile. È una lezione interessante anche per l’Italia, che di sole ne ha molto più della Germania. Se la Germania riesce a correre con meno sole, noi dovremmo almeno riuscire a non sprecare il vantaggio che abbiamo.

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E’ stata aperta dalla Commissione europea una Consultazione pubblica mirata relativa alla bozza di linee guida sull'applicazione del principio DNSH "non arrecare danni significativi" nell'ambito del Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034. 
La consultazione mirata si propone di raccogliere il parere delle parti interessate sull'approccio che la Commissione intende adottare per l'applicazione del principio DNSH, come presentato nel documento concettuale, sulla base del quale è stato costruito il questionario.
Il sondaggio rimarrà aperto per 9 settimane, fino al 16 settembre 2026; è articolato con una serie di domande relative sia alla sezione 1 del documento che alla sezione 2, oltre ad informazioni iniziali di carattere generale volte anche alla comprensione del grado di conoscenza del partecipante al sondaggio.
Il principio DNSH (“Do No Significant Harm”, ovvero “non arrecare un danno significativo” all’ambiente), nasce  allo scopo di garantire che gli investimenti finanziati con le risorse europee siano realizzati senza pregiudicare le risorse ambientali.
Per partecipare: https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/DNSH-Guidance-Next-MFF

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